Vinitaly 2007: sorprese e conferme (seconda parte)

April 3rd, 2007 | by Tommaso Farina |

Cari amici e lettori, eccoci alla seconda parte dello speciale sul “mio” Vinitaly. Anche oggi, una breve selezione dei vini degustati con grande voluttà. E, come vedrete, grandi risultati e grande personalità sono arrivati da alcuni vitigni considerati né più né meno che il simbolo dell’omologazione vinicola. Ecco dunque il paniere odierno di “buoni bicchieri”, tutti assaggiati a Verona.

  • Il Filò delle vigne. Quest’azienda di Baone (Padova), nel pieno dei Colli Euganei, mi era nota da quasi dieci anni per l’assaggio di un soavissimo Fior d’Arancio Spumante fattomi conoscere dai fratelli enotecari Redento e Dino Picello. Eppure, da questi terreni vulcanici viene pure un cabernet da far girare la testa (nel senso buono). Tale è stato l’assaggio del Cabernet Riserva Vigna Cecilia di Baone 2002, semplicemente memorabile. Proveniente da viti trentenni di cabernet franc e sauvignon in parti uguali, questo rosso, che costa 8 euro a bottiglia, si offre con un caldo color rubino, profumi di ciliegia e una bocca corposa senza pesantezze, elegante e popolare in una sintesi autorevole. Affinamenti? In acciaio e vetroresina. Niente barrique. Mi viene ancora in mente un signore che, qualche anno fa, diceva «Il Cabernet vuole la barrique per forza!»: si assaggi il Cecilia di Baone (che costa un terzo di certe blasonate bottiglie assai meno interessanti) e si ricreda. Non a caso, i veneti con quest’uva hanno un rapporto particolare: più che “internazionale”, la considerano cosa loro. E finché ci sarà gente che la tratta così, ne avranno ben donde. Ma debbo dire che quest’azienda fa pure il Cabernet barricato: è il Borgo delle Casette 2003, imponente per virtù intrinseche e territoriali e non per un surrettizio body building. E costa anche lui non troppo: 13 euro. In ogni caso, il Borgo delle Casette dimostra come la barrique possa far uscire un vino buono (anzi, molto buono) senza peraltro essere indispensabile. E che dire poi del Luna del Parco 2004, svenevole Fior d’Arancio passito? Il moscato giallo, qui chiamato per tradizione fior d’arancio, sembra fatto apposta per vini così. E allo stand del produttore, assaggiato per caso a confronto con un Sauternes (di cui non vi rivelerò il nome, anche perché l’ho dimenticato. Chi è senza peccato…), stravinceva al confronto, con la sua autentica, dirompente, dongiovannesca sensualità ad annichilire il pur onorevole vino francese appesantito dai solfiti. Tenete davvero d’occhio questa azienda, ci sanno fare sul serio.
  • Ca’ Lustra. Se i Cabernet del Filò delle vigne sono stati una bella sorpresa, il Sassonero di Ca’ Lustra, altra realtà dei colli vulcanici mantovani (è di Cinto Euganeo, frazione Faedo) si è confermato bottiglia interessantissima nell’annata 2004. Per chi non lo sapesse, si tratta di un Merlot, affinato in botti di rovere da 500 litri. Costa 11 euro. E piace. Piace perché è un vino che parla di territorio. E’ pigmentato di intenso rosso rubino, profumato di frutta rossa sotto spirito ed in bocca è corposo, tornito, elegantemente solido. Stesse piacevoli sensazioni per il Roverello 2005, Chardonnay passato in legno (anche qui, barili da 500 litri, per il 60% di secondo passaggio), armonico, cremoso, ben sostenuto dall’acidità, avvincente. E che dire del Marzemino passito 2005, 900 bottiglie (ma col 2006 saranno il doppio) di vellutata dolcezza, di tocco quasi mozartiano? Fortuna che c’è ancora chi fa i vini così. Vini fatti apposta per degustatori e bevitori che non si lasciano troppo suggestionare dai luoghi comuni sui vitigni cosiddetti “internazionali”.
  • Ca’ de’ Medici. E qui cambiamo completamente zona, trasvolando fino a Reggio Emilia, località Cadè. E’ lì che ha sede l’azienda di Regolo Medici e famiglia (da cui il nome), specializzata nei briosi vini che lì van per la maggiore. Piace molto il Terra Calda, uvaggio di lambrusco e cabernet sauvignon sottoposto alla tradizionale fermentazione: rossissimo, quasi violaceo agli occhi, regala un profumo vinoso, invitante, con un che di buccia d’uva e di fragola. Le promesse sono mantenute all’assaggio: una tannicità carezzevole unita alla sensazione piacevole dell’anidride carbonica compongono un vino secco ma morbido, gentile, ideale col maiale e coi piatti locali. Ma la vera sorpresa è un altra: il Renzo, lambrusco in purezza fermentato a lungo e in bottiglia. Regolo lo paragona a una birra Weizen ad altissima fermentazione: e ho provato in effetti a immaginarlo sui ricchi, fastosi insaccati tedeschi (bratwurst, leberkase…), oppure su una (o uno) choucroute alsaziana. Intanto, si presenta con un colore rosso granato lieve, somigliante alla fragola. E che profumi: ancora fragola fresca, ma anche zenzero e chinotto. In bocca è sferzante, acido, secchissimo, rinfrescante, molto piacevole. Come dicevo, lo vedo bene sulle vivande germaniche, ma ovviamente è perfetto con la mariola, lo zampone, il cotechino, il prete, il cappello da prete, il bollito, la cassoeula. Costa poco più di 4 euro a bottiglia.

E anche per oggi abbiamo finito. Spero, come sempre, di suscitare commenti e opinioni sui miei assaggi.

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5 Commenti a “Vinitaly 2007: sorprese e conferme (seconda parte)”

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  1. Di nicola cavallaro il Apr 3, 2007

    allora c’è qualcuno che come me pensa che dai miei colli possa venir fuori qualcosa di buono. Anche a me è piaciuto molto il vigna cecilia all’ultimo assaggio a natale.

  2. Di Gigio il Apr 3, 2007

    Finalmente qualcuno che si accorge dei miei amati Colli…il Cabernet in effetti é coltivato sui Colli da piú di due secoli ed é ormai qualcosa in piú di un mero vigneto alloctono…ma i miei colli non sono solo Fior d’Arancio…c`é il Serprino che non sará vino da Vinitaly ma che a me piace piú del tanto famoso Prosecco, specie nella sua versione ferma (piú che in quella frizzante) e un gran merito ce l’ha Emo Capodilista…oltre il vino sono sorti ottimi agriturismi negli ultimi anni che valorizzano prodotti come le giuggole della meravigliosa Arquá, con le quali si fa un ottimo liquore, lo schissotto (focaccia degna della piú famosa genovese), sopresse che quando fatte in fattorie sono eccezionali, bigoli al torchio, galline ecc…se ti capita fatti un giro da quelle parti, mangia alla Fattoria Valle delle Gombe o alla Trattoria al Sasso, e goditi questo meraviglioso angolo di mondo…se n’e`innamorato persino Soros qualche anno fa in una sua scappata in bicicletta :)

  3. Di nicolacavallaro il Apr 3, 2007

    caro gigio, sono di li anche io :)

  4. Di Gigio il Apr 3, 2007

    Ah sí, peró di Padova cittá o hai la fortuna di vivere sui Colli, Colli??? Mi piacerebbe che il Gambero e altre riviste si occupassero di piú di questa terra gastronomicamente ancora poco conosciuta fuori dei confini regionali…prova tu a mettere una buona parola in giro :) Qual é il tuo agriturismo o trattoria che preferisci nella zona….

  5. Di nicolacavallaro il Apr 4, 2007

    a dire il vero sono a Milano, la zona è vero è di certo abbastanza depressa ma non certo a livello di prodotti, quanto a scarso spirito di collaborazione tra i vari produttori, della serie “il mio è meglio del suo e via dicendo” dove il cantiniere è l’enologo il contabile e anche pr dei suoi prodotti. Un consorzio dove una cinquantina di produttori se le tirano uno coll’altro, gelosie e faide low cost, e a pagare è il nostro bel landscape dove la poca forse cultura e il poco spirito di collaborazione fanno si che siamo indietro come si dice dalle nostr eparti come “l’oco”. A volte parlando con genete che non è del posto, se escludi i tedeschi che fanno i fanghi di turno, che se non fosse per lo splendido lavoro della famiglia Alajmo tutta la nostra zona sarebbe li nel dimenticatoio. QUalche tempo fa cercavo delle galline padovane, il massimo che ho ottenuto dalla mia ricerca è stato un allevatore che mete le uova in cova per le mostre. Pensa te!

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