Friularo, una ciliegia liquida da masticare

March 15th, 2007 | by Tommaso Farina |

Friularo Passito - EtichettaEbbene, lo confesso: ho una passione sperticata per i vini che nel cosiddetto “grande pubblico” non conosce nessuno, o quasi. Se sono buoni, ovviamente. Sono estimatore del Refrontolo, del Mantonico della Locride, dell’Ormeasco, dell’Aleatico di Gradoli (provate, se lo trovate, quello semplice e appagante della Cantina Oleificio Sociale di Gradoli), del Gravina bianco, dei vini del Bosco Eliceo (amati anche da Veronelli, che li chiamava semplicementi vini d’uva d’oro – che poi sarebbe il nome locale della fortana – e li definiva “Vini bandiera” per la loro forte personalità contadina), della Cagnina di Romagna e di molte altre bottiglie ben poco note a chi non abiti dove le fanno, e anche a parecchia stampa enologica di ceppo anglosassone.
Ebbene: nell’elenco mi permetto di inserire il Friularo, che è un vino tra i miei preferiti. Non siete obbligati a sapere di che si tratta: non sono in molti a conoscere il Friularo, e in ogni caso a conoscerne la parentela e l’identità più o meno dissimulata dal nome. L’uva friularo è semplicemente un raboso del Piave acclimatato nella pianura padovana, per la precisione a Bagnoli, dove ha una tradizione tale da aver diritto a una Doc. Il friularo è uva particolarmente importante a Bagnoli: finisce in quasi tutti gli uvaggi sia rossi che bianchi (spumanti compresi), oltre a venir vinificato in purezza. Oltre che in rosso fermo, il friularo è vinificato anche in vendemmia tardiva e in passito. Attualmente, se volete assaggiarlo, dovete rivolgervi all’azienda Dominio di Bagnoli, della famiglia Borletti. Conosco il Friularo passito del Dominio per averlo bevuto innumerevoli volte, sia in degustazioni pubbliche sia nelle mura di casa (per non parlare di un video promozionale Ais, che usava i vini di Bagnoli come esempi): mi affascina da sempre la sua vena rustica, austera ma in fondo espansiva, come quella di un signore di campagna.
Ieri ho provato a casa il Friularo Passito 1999: questo vino (come del resto il Friularo tranquillo e il Piave Raboso, se fatto come si deve) è uno di quei nettari da aspettare tranquillamente, da non bere subito e lasciare in cantina qualche anno. Vien fuori sulla distanza, come ho potuto constatare dall’assaggio di questo magnifico 1999. Già il colore granato scuro è invogliante, al pari dei grassi archetti che rimangono sulle pareti del bicchiere di cristallo. Vien voglia di accostarlo al naso: il profumo di amarena sotto sciroppo (la Fabbri, tanto per dire) vien fuori con rotondità e corpo, ma anche senza stucchevolezza, con una spontaneità e freschezza devastante. E’ il momento di provarne un sorso: la permanenza in cantina ha smussato le asperità e gli amarori dell’uva d’origine, lasciando però un giusto sostegno d’acidità che “tiene su” l’equilibrata dolcezza del vino. Sembra quasi d’addentare una ciliegia, non ho mai assaggiato un vino in grado di rendere così perfettamente la fisicità di questa sensazione: da una parte hai la dolcezza del frutto, dall’altra la sua lieve (lievissima) astringenza. Mi è subito venuta voglia di berne un secondo bicchiere. Francamente è un vino che consiglio a tutti, specialmente a chi non ha pregiudizi e col famigerato cioccolato vuol provare qualcosa di diverso dal solito.

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