Maiorchino 2, la vendetta: il sospirato assaggio
November 16th, 2007 | by Tommaso Farina |
Potenza di Agrifood: il buon marco potrà avere proprio adesso una descrizione del Maiorchino fresca di giornata. Ad Agrifood, come anticipato, l’affinatore Garziano è presente, e in onore dei buyer internazionali presenti in gran copia ha pure portato un certo numero di forme di Maiorchino. Sicché, ne ho approfittato pure io.
E com’è questo Maiorchino? Rassicuro subito Enrique, passato senza traumi (e vorrei vedere!) dal prosciutto iberico all’approfondimento dei pecorini siciliani: Maiorca (o Mallorca) non c’entra. Le origini del nome dovrebbero risalire al gioco della maiorchina, quello che altrove in Italia si chiama “ruzzola”: il lancio di forme di formaggio lungo un pendio. Vince chi le fa rotolare di più senza che si rovescino. Grazie al Comune di Novara di Sicilia, sul cui sito ho reperito l’immagine.
Francamente, io il Maiorchino preferisco ancora di più mangiarlo. Provatelo anche voi, ne vale la pena. Tutti dicono che è un formaggio molto complesso da realizzare e stagionare, ma a vero dire è complesso pure all’assaggio. Purtroppo, di pecorini invecchiati l’Italia non è piena: complice il consumatore ignaro (e ignavo), quelli freschi “tirano” molto di più il mercato. Eppure questo Maiorchino, dalla pasta color bianco molto scuro, è uno dei grandi formaggi italiani, siano essi di pecora o di mucca: il profumo è di rara compostezza. In bocca poi libera un piccante velluto davvero inaspettato. La sapidità non è dominante: piuttosto, predomina un piccantino “evoluto” un po’ ombroso, coinvolgente, di persistenza lunghissima (si sente ancora dopo 10 minuti dalla degustazione). E’ un formaggio “da meditazione” come pochi altri. Penso che servirlo alla fine del pasto sia inappropriato. Mangiatelo lontano dalle mense, con le mani, seduti sul divano assieme agli amici. Potete anche usarlo in cucina, in modo tale che non sia un banale ingrediente. Immaginate i tacconi al germe di grano del Pastificio Morelli di San Romano (Pisa) con scaglie di Maiorchino e un velo d’olio di oliva tonda strongolese che l’azienda Del Monaco trae da ulivi di 300 anni appunto a Strongoli (Crotone). Pasta toscana, olio calabro, formaggio siculo: tutti insieme a tessere una semplice, surreale goduria.
E se invece aveste pensato di abbinare un vino al Maiorchino “da meditazione”? Ci vuole qualcosa di altrettanto forte e vellutato. Ad esempio, un Marsala Vergine delle Cantine Buffa, di cui ho già parlato.
Garziano
Viale Regina Elena, 19
Mazzarino (Caltanissetta)
Tel. 0934384149
Etichette: affinatori, garziano, maiorchino











Di Enrique il Nov 16, 2007
Io non sarei del tutto sicuro, Tommaso. Secondo me il gioco prende nome del formaggio. E il formaggio? Ho trovato qualcosa, che come sempre, ci lascia nel dubbio… http://www.saporiegustidisicilia.it/rintracciabilita/default.asp?page=4&filiera=formaggio
Buen fin de semana
Di Tommaso Farina il Nov 16, 2007
Come sempre in questi casi, una gran molteplicità di ipotesi. Chissà quale sarà quella vera. In ogni caso, siamo di fronte a un formaggio antico.
Di Gigio il Nov 17, 2007
Caro Enrique il pecorino siciliano é uno dei formaggi piú antichi del mondo…il Ciclope disturbato da Ulisse (e che si dimentica dei riti d’obbligo verso lo xenos, lui orrido mostro) pare stesse preparando un fomaggio…senza offese ma é improbabile che all’epoca gli spagnoli avessero cosí tante influenze in una Sicilia che con cittá come Siracusa rivaleggiva con Atene…certo poi sul nome tutto é possibile. E della possibile etimologia jamón derivato dal francese jambon a sua volta figlia del gambone italiano che ne pensi…comunque complimenti per il tuo blog e il tuo tono molto educato e rispettoso…con simpatia Gigio
Di consumazioneobbligatoria il Nov 20, 2007
grande tommaso! mi hai ricordato - e confermo il nome - la ruzzola che vidi con mio nonno sugli argini dell’alto tevere… e si giocavano le forme. af