Prosciutto italiano oppure no? La carne olandese piace così tanto…

November 5th, 2007 | by Tommaso Farina |

Prosciutti italiani
Gigio, una volta per tutte, sarà contento (e poche cose mi appagano più del veder contento un appassionato come lui): sabato è uscito su Libero un mio ampio pezzo di analisi sul mondo del prosciutto italiano. Soprattutto, su quello che di carne italiana non è. Ne approfitto per ringraziare Daniele Montali di Ruliano di Langhirano (Parma) e Carlo Dall’Ava del Prosciuttificio Dok Castello (San Daniele del Friuli) per aver risposto alle mie domande. Oltretutto, quest’ultimo ha lanciato a Squisito l’Hundok, ossia un prosciutto ottenuto unicamente da cosce di maiali di razza Mangalica. Si tratta di una delle ultime razze suine “da salumi” (ossia, con una robusta dose di grasso) ad essere rimasta pura, addirittura sin dal ‘700. E’ tutelata da Slow Food, in quanto decisamente meno “facile” da allevare dei soliti Large White o Landrace. Oltre al prosciutto, Dall’Ava ci trae una gamma di salumi di tutto rispetto, molto “all’antica”, per dir così, ossia dominati dalla forte tendenza dolce data dal grasso, ed equilibratissimi in bocca. Il sito web, chissà perché, non ne parla, ma ve li elenco io: pancetta arrotolata, ossocollo (la coppa, secondo la denominazione tradizionale veneta), il lardo e, soprattutto, la soppressa, una delle più buone che ci siano in giro. Certo, la differenza tra un Dall’Ava e un produttore che sceglie animali olandesi risparmiosi è evidente a chiunque.
Ecco il pezzo.

Cari consumatori, magari lo sapevate già, ma conviene ogni tanto rinfrescarvi la memoria: gran parte del prosciutto che mangiate non è italiano. E’ fatto in Italia, a partire da cosce di maiali che parlano altre lingue.
Non è una boutade: basta che andiate al supermercato, a cercare uno di quei prosciutti crudi chiamati “casalingo”, “nostrano” o con un nome di fantasia qualsiasi. Quasi sicuramente, dopo l’affettatura, avrete l’onore di mettere sotto ai denti le terga di un maiale olandese. Non parliamo poi della galassia suggestiva dei prosciutti cotti: le carni forestiere imperano, anche qui con grande prevalenza dei Paesi Bassi. Chi per fare il prosciutto cotto usa suini italiani solitamente lo scrive a caratteri cubitali, proprio per far notare la sua eccezione.
Per aver la sicurezza di mangiar maiale italico, che si può fare dunque? Oltre a scegliere i prosciutti crudi generici con la menzione “Nazionale”, si possono acquistare i prosciutti con la DOP, la Denominazione d’Origine Protetta europea. Il Parma ne è l’esemplare più famoso, seguito dal San Daniele. Per potersi fregiare di questi marchi, il salumificio produttore deve seguire alla lettera un disciplinare di produzione depositato per legge. La provenienza delle carni è regolamentata: per fare questi due prosciutti, si può procedere unicamente a partire di cosce d’animali allevati in Emilia Romagna, Veneto, Lombardia, Piemonte, Molise, Umbria, Toscana, Marche, Abruzzo e Lazio. Più, per il San Daniele, il Friuli Venezia Giulia (San Daniele, centro di produzione, si trova in provincia di Udine). Si può discutere se questi disciplinari siano di manica un po’ larga nel permettere l’uso di carni di regioni lontane: però l’italianità dei maiali è assicurata. Stessa certezza per gli altri 5 prosciutti italiani con la DOP: Valle d’Aosta Jambon de Bosses, Prosciutto Veneto Berico-Euganeo, Prosciutto di Modena, Prosciutto, Toscano, Prosciutto di Carpegna.
In tutto il resto, c’è solo da fidarsi della buona fede del produttore. Ci sono prosciutti di piccolissime produzioni che nascono solo da animali italici. E, viceversa, ci sono denominazioni europee (le IGP, di manica più larga rispetto alle DOP) che ratificano disciplinari decisamente permissivi. Prendiamo, ad esempio, lo speck altoatesino. Tonnellate e tonnellate di carne affumicata, di cui una minuscola frazione è italiana. «Il resto arriva da fuori, fresca o congelata non si sa bene», spiega Edoardo Raspelli, giornalista e critico che, assieme ad altri, da anni si batte per la chiarezza e la trasparenza in questo campo. Chiosa Raspelli: «I maiali stranieri sono sanissimi, impeccabili. Ma lontani dalle nostre tradizioni. Hanno carni più adatte a essere consumate fresche, che trasformate in salumi». E queste carni, secondo la Coldiretti di Milano e Lodi, coprirebbero addirittura il 40 per cento del fabbisogno italiano in materia. «Nessuno dice ai consumatori che quello che mangiano non è italiano, li si spenna e basta sui prezzi e intanto si strozzano le nostre aziende che rischiano di chiudere», si lamentano Carlo Franciosi, presidente della Coldiretti di Milano e Lodi, e Mario Vigo, presidente della Confagricoltura.
«In effetti, le cosce estere hanno successo, perché costano meno», spiega Carlo Dall’Ava, produttore di San Daniele certificato, che entra nel dettaglio: «Se una coscia come quelle che uso io per il San Daniele costa circa 3,70 euro al kg, per una estera posso andare sui 2,10-2,20». Però non è la stessa cosa: «In Olanda i maiali sono allevati per la carne fresca, e come tali sono decisamente magri. Per far del buon prosciutto occorrono maiali che abbiano più grasso, come quelli mantovani». Lo stesso Dall’Ava compra carni estere (ovviamente non per il San Daniele): ma lo fa per confezionare prodotti di nicchia, come il prosciutto di Mangalica, una razza suina pelosa antichissima e in via d’estinzione. Insomma, per tutelare annose tradizioni, non certo per trarre in inganno i consumatori con improbabili prosciutti a prezzi bassissimi.
E a Parma? Daniele Montali, che col marchio Ruliano produce ed esporta eccellenti prosciutti anche in Giappone, è drastico: oltre al Parma, niente “prosciutti di complemento” con maiali stranieri. Spiega lui stesso il perché: «Sono carni che non sono fatte per essere stagionate, e che danno risultati non felici. Certo, costano meno, ma le nostre, e specialmente quelle selezionate per il Parma, sono ben altra cosa».

(da Libero di sabato 3 novembre 2007, pag. 26)

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5 Commenti a “Prosciutto italiano oppure no? La carne olandese piace così tanto…”

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  1. Di marco il Nov 5, 2007

    interessante quanto hai scritto…non ho mai degustato carne suina olandese (forse me l’hanno rifilata sotto banco…nin so) mi oriento sul suino italiano possibilmente senese spagnolo francese… comunque so che l’imort della carne olandese è aumentato…come si spiega…solo per il costo minore… o politiche comunitarie…

  2. Di Gigio il Nov 5, 2007

    Si spiega col fatto, credo io, che in Italia non ci sono gli spazi per fare qualitá e quantitá insieme. D’altronde non succede lo stesso con la bresaola: se dovesse venire solo da bestie italiane la Valtellina dovrebbe avere una estensione pari alla pampa argentina. E quindi spazio alle bresaole con carne zebú come ci insegna il grande Raspelli. Se di per sé la produzione artigianale e i piccoli numeri garantiscono maggiore rispetto del territorio e qualitá, in Italia, un paese piccolo e molto abitato, questo discorso vale ancora di piú…non potremo mai competere con la Spagna sui prosciutti da animali allo stato brado dal punto di vista della quantitá, perché in Spagna vivono 40 milioni di persone su un territorio di 500mila km2, in Italia 58 milioni su 301mila km2. Il conto é presto fatto. Complimenti a Carlo dell’Ava per le sue prosciutterie sparse in giro per l’Italia e per questo nuovo prodotto peró…cosa darebbero i furlani per riavere il nero di Fagagna e non essere obbligati ad andare in Ungheria a comprare questi maiali. L’ultimo é morto nell’82, dannazione. E io che sono mezzo lucano non dormo alla notte pensando alla cavallina lucana, o nero di Lucania, che mia nonna quando era piccola allevava per prosciutti da re…

  3. Di Stefano Caffarri il Nov 5, 2007

    Tutto vero, anche se qualche appassionato e giovane allevatore di razze pregiate & autoctone il suo lavoro lo fa: senza citare la ormai onnipresente cinta, sul nero dei nebrodi o quello casertano. Razze diffidenti, impervie alla stabulazione, inadatte ai grandi numeri.
    Ma anche il bistrattato Large White ha un suo perchè, e ve lo dico dalla provincia che ne conta un qualche centomila: se allevato in condizioni decenti, nutrito decentemente, esce una bestia con un lardo alto e dolce, perfettamente adatto al prosciuttone di Parma. Se lo si lasciasse stagionare i suoi bei 30 mesi farebbe ancora la sua - ehm… - porca figura.
    E invece via dopo 16, 14 anche 12 mesi, quando è ancora carne cruda: perchè si perde un paio di punti di peso al mese, e il peso è denaro.

  4. Di Tommaso Farina il Nov 5, 2007

    Il fatto è proprio questo: purtroppo, alle grosse aziende che vogliono produrre migliaia di prosciutti correnti, le autoctone non interessano. Non POSSONO interessare. Il bel large white, da cui si possono trarre culatelli di tutto rispetto, in Olanda te lo vendono quando pesa meno di 130kg. Ossia, meno di me. Un maiale che pesa meno di me è un assurdo. Ecco dunque le cosce bonsai in miniatura, da cui derivano microprosciutti crudi che pesano meno di 8kg, e che giocoforza devono stagionare poco.

  5. Di nicola cavallaro il Nov 6, 2007

    Caro Tommaso, vogliamo parlare di carne che non è di maiale, manzo per esempio limousine charolaise di fattrici francesi ben allevate in italia ma (soprattutto la limousine non dalle carni eccellenti), delle razze in via di estinzione in italia o di questa chianina che ci perseguita da anni e non è mai lei? Manzetta Lituana; manzetta dell’alta bavaria con dei carrè pieni di grasso che sembrano venire da un ottimo allevamento, e la siura di turno che vuole la carne magra magra… Ma come sono gli allevamenti in alta bavaria? Che succede in questi giorni in lituania lo sappiamo?

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