Vino da Messa, il vino naturale che sa anche essere buono
November 3rd, 2007 | by Tommaso Farina |Vi propongo oggi un “inedito”. Si tratta dell’ampio servizio che, su Libero, il luglio scorso ho dedicato al vino da Messa. Cari amanti del vino vero e naturale, a me gli occhi: se davvero esiste un vino naturale e incorrotto, è proprio quello da Messa. Nell’infografica, due dei più famosi esemplari: quello della Pellegrino e la Malvaxia Sincerum di Bava.
Si può sempre fare a meno del vino in qualsiasi contesto? Molta gente è pronta a dire di sì. Peccato che non sia così. C’è un’occasione precisa in cui il vino non può tassativamente mancare, né sostituire con acqua o altre bevande: si tratta della Santa Messa cattolica, che prevede la consacrazione di pane e vino e la loro transustanziazione nel corpo e nel sangue di Cristo.
E qui, non c’è sostituzione che regga. Il diritto canonico, nel codice 924, si esprime con chiarezza: “Il sacrosanto Sacrificio eucaristico deve essere offerto con pane e vino, cui va aggiunta un po’ d’acqua [...] Il vino deve essere naturale, del frutto della vite e non alterato”. Quindi vero vino, non si scappa: non birra, né bibite gassate.
Ma cosa finisce davvero nelle ampolline delle chiese di oggi? La produzione del vino da Messa, attualmente, segue due filiere produttive: la prima è quella legata a vigneti e cantine legate ad ordini religiosi. La seconda è quella che invece fa capo ai produttori consueti, quelli “laici”: nel qual caso, il loro prodotto, per apparire sugli altari ecclesiastici nelle celebrazioni eucaristiche, deve essere stato preventivamente autorizzato dalle autorità religiose. In parole povere, il loro vino deve sottostare ai duri dettami del diritto: “Il vino deve essere naturale, del frutto della vite e non alterato”.
In ogni caso, sgomberato il campo degli equivoci sul Vin Santo (che si chiama così non perché fosse destinato alle Messe – o almeno non solo -, ma perché ricordava i vini nati sull’isola greca di Xantho), la domanda che scatta è una: bianco o rosso? Chi non abbia fatto il chierichetto in gioventù, spesso si stupisce del fatto che nei calici delle chiese il vino è soprattutto bianco. La ragione è squisitamente d’opportunità: non richiedendo il Codice Canonico un vino di particolare colore, solitamente si opta per il vino bianco perché lascia macchie meno visibili su corporali, purificatoi e altri parati bianchi eucaristici da altare.
E chi lo produce? Nel cuore di Gino Veronelli (e di numerosissimi parroci del nord Italia) si era stampato indelebilmente il buono, dolce, leggero Moscato vinificato a Santo Stefano Belbo dalle monachelle dell’Ordine delle Figlie di San Giuseppe. Abbiamo più volte assaggiato questo prodotto, e mostra i pregi e i difetti di quello che è, sostanzialmente, un Moscato d’Asti a tappo raso. Tra i pregi: i profumi delicati di fiori e lavanda, il sapore dolce e fresco, la gradazione leggera. Sull’altro piatto della bilancia, va detto che, come ogni Moscato d’Asti, anche quello delle suorine dà il meglio di sé relativamente in epoche relativamente prossime a quella della vendemmia. Spesso, basta qualche mese per vederne modificare le caratteristiche, con la freschezza (data dall’acidità) che si “siede”, e il sapore che diventa stucchevole.
Certo non corre questo rischio la produzione della Carlo Pellegrino di Marsala (Trapani), che stilisticamente sta sull’altra faccia della luna: vini densi, liquorosi, di elevata gradazione. Fanno un vino da Messa bianco, e uno Rosso che abbiamo avuto occasione di provare spesso. Nei fatti, si tratta di un vero e proprio Marsala Rubino: colore violaceo scuro, profumi densissimi di ciliegia sotto spirito, sapore avvolgente, carico, imponente. Se c’è da credere a chi dice che i vini rossi all’epoca di Gesù fossero possenti e “graduati”, questo rosso di Pellegrino, che ci è capitato di rinvenire persino in una parrocchia brianzola, ne rende bene l’immagine.
Un altro che nel vino da Messa ha investito risorse e tempo è Roberto Bava di Cocconato (Asti). Anni fa lui e il giornalista Paolo Massobrio lanciarono persino i Seminari Internazionali sul Vino da Messa, intitolati Il Vino sull’Altare. In uno dei possedimenti dell’azienda, la Casa Brina, è stato allestito una sorta di piccola cantina-museo con una bella raccolta dei vini da Messa da tutto il mondo. Non a caso, in questa che è chiamata Terra dei Santi, nacque un certo San Giovanni Bosco: non tutti lo sanno, ma il prete dei giovani scrisse un libretto, L’Enologo Italiano, riguardante il mondo del vino. Come che sia, Roberto Bava è pure produttore: per le chiese di tutto il mondo realizza il Malvaxia Sincerum , un passito tratto dall’uva malvasia rossa di Schierano, che inalbera tanto di etichetta in latino, autorizzazione del Vicario Foraneo e timbro della Curia Vescovile di Casale Monferrato. Dalla mente di Bava è uscito anche un altro vino, l’Alleluja, svenevole e barocco Moscato liquoroso. Anche qui l’etichetta parla chiaro: Ex genimine vitis, impollutum (vino naturale, incorrotto, nato dalla vite).
(da Libero di sabato 21 luglio 2007, pag. 21)
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Di marco il Nov 4, 2007
d’estate nel lontano paese delle vacanze da ragazzino facevo il chirichetto…sono ricordi simpatici di allegria di congregazione e di spensieratezza. Nell’ampolla del prete ci andava a finire un vino contadino che non era altro che il Trebbiano di quelle zone…(Trebbiano che produceva anche il mio grande nonno…ma questa è un’altra storia) e noi… ragazzini dispettosi e curiosi ogni tanto ci facevamo il goccetto di nascosto. A volte scoperti dal sacrestano (ricordo poverino che era un pochino ritardato…lo mettevamo sempre in mezzo!!! povero giustino!!!) erano guai… e giu corse per il cortile con la scopa che volava e qualche santa parolaccia
Ma tutto questo l’ho raccontato per dire cosa? Boooo
Buona domenica Tommaso