Caro Paolo, gli affettati non uccidono gli affetti

December 14th, 2007 | by Tommaso Farina |

Una volta tanto (capita, no?) non son d’accordo con l’amico Paolo Massobrio di Papillon.
Il motivo? Il suo MANIFESTO DI PAPILLON CONTRO LO STRESS DI FINE ANNO. Una sorta di decalogo secondo lui fondamentale per fruire alla meglio del pranzo natalizio.
Eccolo qui.

1) Non sia la quantità a ispirare un pranzo: lo fai solo per ostentazione, ma il dopoguerra è ormai lontano. Allora si doveva esorcizzare la fame; oggi siamo tutti ipernutriti e accanto a noi c’è sempre qualcuno che ha patologie legate all’alimentazione. Perché metterlo a disagio? Già la festa… per chi?

2) La donna di casa non stia più relegata tutto il tempo in cucina. Per celebrare il dio cibo, lui e lei si fanno in quattro, ma chi è venuto a casa nostra vuole stare insieme con noi, non con il bicchiere di vino in mano e la faraona in tavola, mentre chi ci ospita è in ritardo con i contorni o i dolci.

3) Abolire una volta per tutte il menu italiano (così detto “menu alla russa”) con la sequenza di portate: antipasti, primo, secondo, dessert (comprensivo di formaggi e dolci).

4) Mettere in tavola in due sequenze, come fossero due quadri, le pietanze. Prima scena con antipasti e assaggi vari di cui ognuno possa servirsi a piacimento e in quantità desiderata. E anche i padroni di casa non siano impegnati a cuocere. Secondo scena, con zuppe, insalate varie e piatti di sostanza.

5) Durante i festeggiamenti sia uno il piatto importante che segni quella festa, il resto siano assaggi di contorno. Se è una faraona ripiena, si celebri la faraona con i contorni rinfrescanti di almeno tre verdure (una cotta e due fresche), e i vini adeguati. Ma non si ceda a far diventare importante anche il primo, che forse è un piatto in più nell’economia del menu.

6) A Natale e a Capodanno si uccidano i tempi morti a tavola con questo esempio di menu alla francese, già in uso alla corte dei Savoia nell’Ottocento.

7) Si aboliscano le paste ripiene. Anche perché la farcia nasce come recupero – il giorno dopo – del piatto importante della festa, avvolto nella pasta. Quindi rimandiamo questo piatto al suo posto: il giorno dopo.

8) Che in casa quando si fa festa ci sia musica (e anche musicanti), possibilità di giocare insieme, spazi socializzanti per i fumatori (almeno una volta l’anno facciamo loro un regalo), che non condizionino gli altri.

9) Il vino sia dosato al massimo in spumante come apertura, ma lasciando la possibilità a chiunque di concederselo a tutto pasto. Quindi un vino bianco e un vino rosso (importante quanto l’importanza del piatto) e infine si chiuda con un vino dolce leggero, un Asti, un Fior d’Arancio, una Malvasia, un Brachetto. Qualcuno può avere anche il disagio di mettersi in auto; in ogni caso aboliamo i vini passiti a fine pasto (si chiamano infatti – secondo Veronelli – “vini da conversazione” o “vini da meditazione”, non da fine pasto). Questi, alla fine, non fanno altro che appesantire un lauto pranzo.

10) Se con il panettone e i dolci vanno bevuto vini e spumanti dolci (errore e gusto stridente mettere un brut con un dolce), a Capodanno non fate il botto sciocco, ma per augurare ogni bene a chi vi sta accanto aprite la miglior bottiglia della vostra cantina. Non farà il botto, ma almeno sarà memorabile.

Beh, che dire? Hanno già aderito Giorgio Calabrese e altri personaggi importanti.
Cionondimeno, io non ci sto. O quantomeno, non del tutto.
La stampa gastronomica, ultimamente, sembra aver innalzato la bandiera del minimalismo. Si leggono ovunque elogi al pasto veloce di mezzogiorno, ai piatti unici, al mangiare una sola portata, al non abbinare più d’un vino durante il pasto. Dobbiamo essere costretti a subire la supponenza di ristoratori che a mezzodì sono schiavi del menù ridotto, e che lo impongono a tutti i commensali come scelta obbligata (altra cosa, si capisce, la possibilità di sceglierlo in alternativa ai piatti alla carta). Una volta, in un ristorante che dovevo provare per la guida a cui collaboro, mi dissero: «Se vuole, qui a cento metri c’è un ristorante col menù a prezzo fisso». Testuale. Risposta: «No. Sono venuto proprio da voi». Ma s’è mai visto un ristorante che rinuncia a un cliente per mandarlo da un concorrente? Forse l’abbigliamento cravattato mi ha penalizzato, facendomi assumere le sembianze di uno di quei manager mordi e fuggi, quelli che con le loro abitudini alimentari hanno dato origine a questa barbarie gastronomica devastante. Loro facciano quello che gli pare, a tavola: il problema insorge quando le loro abitudini rischiano di contaminare invasivamente il pranzo altrui. Non si può livellare tutto verso il basso, uniformare la propria offerta alle esigenze di chi corre in continuazione. Si dia almeno un po’ di soddisfazione anche a chi decide di non correre!
Un lungo preambolo per arrivare a questo manifesto. Cose condivisibilissime ci sono: la necessità di prodotti di qualità e di stagione, la riprovazione del “botto sciocco”, la sottolineatura di quel non-abbinamento che sono i vini secchi coi dolci. Altre cose, viceversa, convincono meno: che male hanno fatto le paste ripiene? Non è forse vero che il pomeriggio della Vigilia le cascine emiliane e romagnole erano un vero subbuglio di parenti, fratelli, cugini tutti intenti a tirare la sfoglia e a foggiare il “loro” tortellino o il “loro” cappelletto che, come dice Michele Marziani, ognuno invano tenterà di ritrovare in mezzo a tutti gli altri dopo la cottura in brodo? E perché abolire il “pranzo all’italiana”? Che male hanno fatto gli antipasti, se buoni e tradizionali? L’insalata russa che mia nonna ha insegnato a fare alle zie non è un semplice “riempitivo”: è un simbolo. E così la lingua salmistrata fatta in casa e le acciughe piccanti che mio nonno pretendeva. Da me si facevano i ravioli quadrati di carne, poi è entrato in auge il risotto con la luganega fatto da mio padre. E nessuno è rimasto stressato, o ha avuto l’impressione che la tavola monopolizzasse la giornata. E la faccenda della donna che non deve barricarsi ai fornelli? Ci si scandalizza giustamente se le abitudini moderne hanno visto il dimezzarsi dell’impegno femminile ai fornelli a favore di piatti sempre più risparmiosi e “sveltini”, e poi l’unica volta che la mamma ha tempo di dedicarsi al pranzo con l’attenzione necessaria dobbiamo tarparle le ali?
Ma detto fra noi: anche se una volta tanto si resta a tavola, che male c’è? Se togliamo il Natale e il Capodanno, quali altri momenti di convivio rimangono? La gioia della tavola non uccide la condivisione fraterna delle persone. Altrimenti detto: gli affettati non soffocano gli affetti, secondo me. Paolo, teniamoci stretto il pranzo della tradizione. Non è giusto che si perda, non ti pare?

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15 Commenti a “Caro Paolo, gli affettati non uccidono gli affetti”

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  1. Di Stefano Buso il Dec 14, 2007

    Ho letto e spiego perche’ dalla mia umile posizione sono [d'accordo con Massobrio]. Non credo che Paolo esortasse a intraprendere una crociata verso la tradizione, ma di riverderla in chiave attuale, intesa come maggior spazio per i rapporti umani, strizzando l’occhio verso l’economia. Ma perche’ tutto questo spreco, finalizzato a cosa poi? [Anzi]: per chi promuove il gusto e le cose buone, potrebbe significa frazionare il piacere del buon cibo - per tutti i 365 giorni all’anno. Altrimenti non è piu’ piacere ma una metafora di altri aspetti, piu’ complessi e sfuggenti!

  2. Di Gian Paolo Guindani il Dec 14, 2007

    Sottoscrivo appieno: perchè negarsi la gioia, naturalmente per chi la prova, di un sano pranzo della festa, quello della tradizione?
    Son poi due/tre le occasioni in un anno: giusto Natale, Capodanno, già meno per la Pasqua (a Ferragosto, per alcuni Natale laico, il caldo prevale su tutto).
    Personalmente trascorrerò il S. Natale assieme ai miei cari, assumendo certamente più calorie di quante non ne sarebbero necessarie od opportune: per questo ho già programmato un bel “lungo” di 16Km per la serata…

  3. Di Enrique il Dec 14, 2007

    Tomasso, abbiamo trovato un amico comune: Paolo. Sul decalogo io mi trovo in mezzo. Tanta passione per le buone cosse mi fa riveindicare la XXXL. La misura è un obbligo ma non un desiderio. Il problema non è Natale e Capodanno (Nochebuena y Nochevieja da noi) se non gli altri 363 gg dell’anno. Paolo dopo pubblicare Maramangio (grande libro) non può dire altro. Invece, anche se continua a prendermi in giro per la mia stazza, trovo in lui una certa somiglianza raspelliniana. Ma… a me di queste cose piace parlarne a tavola; io metto il prosciutto ;-)
    e-nrique

  4. Di Tommaso Farina il Dec 14, 2007

    Non sapevo vi conosceste. Mi fa molto piacere. Lui però è più alto di Raspelli.

  5. Di marco il Dec 14, 2007

    decalogo??? sembra un decreto un DPR del Natale.
    Si agisca con serenità con le propie scelte. Sono giorni di festa riuniti con le propie scelte. Non rendiamo queste feste con regole costituzionali che ognuno si diverta o si massacri come vuole
    per favore le regole no basta poi questo è stato un mese bastardo gia con i doveri finanziari
    ICI
    Tasse
    Rai
    Respiriamo Tommaso sono con te

  6. Di Stefano Caffarri il Dec 14, 2007

    Un’occhio di riguardo, se proprio vogliamo, lo possiamo dedicare alle quantità: quello che si può rivedere del pranzo tradizionale è il diluvio di tortelli, le colline di bolliti, le montagne di arrosti… mi tengo la mia galoppata all’italiana, ma per convincere la mia mamma che di tortelli ne bastano sette mi sa che ci vorrà tutta una vita!

  7. Di Paolo Massobrio il Dec 15, 2007

    grazie Tommaso di aver rilanciato non delle regole, come ha interpretato qualcuno che probabilmente si sente in un regime, e non ha torto, ma una discussione con alcuni consigli intorno ai pranzi delle feste oggi, che rischiano l’anacronismo. Una volta si mangiava solo a Natale, Capodanno e Pasqua. Per molti ancora è così ed è giusto lo schema di Farina, ma per chi è da qualche giorno che è sottoposto alle feste degli auguri, faccio un esempio, arrivare a Natale rischia davvero di essere un disagio da mangificio, benchè buono…

  8. Di Corsaro il Dec 15, 2007

    Mangerò io per te Paolo. Stai tranquillo.

  9. Di gatta il Dec 15, 2007

    il manifesto va nel senso di introdurre una possibilità differente rispetto all’abbuffata obbligatoria. nessun obbligo, penso sia chiaro. solo una “provocazione” che va incontro ai “forzati” della forchetta e dei pranzi o cene delle feste. lo spirito non è “repressivo”, dellla serie ci tolgono tutto ora anche il pranzo o il cenone. Chi tutto l’anno mangia poco o nulla, può godersi qualcosa di più, ma anche per queste persone perchè non ripensare questo momento nel segno del gusto? se si scorrono le portate proposte, non è che il manifesto lascia digiuni…però, si introduce la possibilità di divertirsi di più, no? gatta

  10. Di Corsaro il Dec 15, 2007

    …induce anche a pensare e fermarsi un attimo davanti al “si fa cosi perchè!”. E cominciare a pensare, non subire, è segno di volersi bene e anche di apertura mentale. Questo chiaramente in tutte le situazioni.

  11. Di gatta il Dec 15, 2007

    la cosa fa discutere, visto che anche bonilli sul suo blog ne parla. come dici tu corsaro, induce a pensare, e questo secondo me è positivo! gatta

  12. Di Francesca il Dec 17, 2007

    Leggo questo decalogo ora, dopo aver deciso questo finesettimana come organizzare la cena di natale che farò a casa. E devo dire che collima tutto. Ho rinunciato al primo in favore dei contorni e di un aperitivo completo. Preparerò un dolce al cucchiaio e in tavola ci sarà solo un panettone e la frutta secca., e niente spumante. Avevo pensato al passito e a qualche liquore fruttato e alle erbe. Magari elimnerò il passito. In un tour natalizio di ben 4 tappe, la cena del 24 l’ho voluta meno ingombrante. Certo è che rimane la cena del 24, quindi sarà comunque molto più abbondante di una cena tra amici, per farci entrare qualche piatto della tradizione, come le frittelle di verdure e di baccalà.

  13. Di paolo il Dec 17, 2007

    Brava Francesca !!!

  14. Di bruno catapano il Dec 19, 2007

    La mia formula è rievocativa; nel senso che non potendo contare sulla presenza dei nonni ma solo sulle ricette che costoro, hanno lasciato nei libricini alle mie figlie, ebbene queste meravigiose creature mi dedicano la vigilia, preparando il meglio del meglio di quella cucina popolare che almeno una volta ogni anno ci deve deliziare.
    Gli immancabili antipasti e chi più ne ha ne metta.
    Parlo del fritto misto o della pastiera di grano, dell’anguilla marinata alla scapece, della cicoria con pinoli e uvetta in agrodolce o del principe spaghetti alle vongole e pomodoro.
    immancabile la presenza degli involtini ripieni di pinoli e prezzemolo scottati al vino bianco e cotti in passata di pomodoro.
    In cucina è caciara, voglia di raccontarsi, sfottò, vapori e profumi che si incrociano, furti dai piatti già pronti, insomma è festa, felicità.

    Si tira fuori la tovaglia più bella e poi i vini; che sono di mia competenza e dalla cantina spuntano quelli che hai tenuto fermi anni per l’occasione; non si sa mai ,facendo le corna potrebbe essere l’ultima coi tempi che corrono.

    Come non essere daccordo con Tommaso; se scofanata dev’essere, scrofanata sia.

    Poi si pensa al gioco dove “barare” è lecito e divertente, basta non farsene accorgere e giocando si sgranocchiano noci, bagigi, mandorle.
    Credo che non ci sia una formula omologata, almeno per la maggior parte di noi, per festeggiare questi eventi.
    L’importante è godere di tutto questo, fà bene al cuore e alla pancia, al fegato un po meno, ma chi se ne…….

    bruno catapano

  15. Di gunther il Dec 20, 2007

    personalmente un decalogo non mi piace , vorrei almeno a Natale sentirmi libero di trascorrerlo come più mi piace, senza che nessuno mi debba consigliare ciò che è bene ciò che è male. Forse tutti a Natale eccediamo un po’, ma quale altro momento ci è rimasto per poterlo fare? i tortelli fatti a mano riesco a farli solo a Natale come anche il tacchino ripieno di castagne, un certo tipo di cucina riusciamo a farla solo a Natale, un momento di tradizione, un ricordo, presi come siamo durante l’anno da micronde, piatti pronti ecc ecc. é anche vero che tutto quello che cuciniamo non lo mangiamo solo a Natale ma fino a Capodanno nell’arte del riciclo, non è corretto nutrizionalmente per amore del cielo, ma mi da tanto piacere a me ed ad agli altri commensali condividere un momento di gioia e d’allegria all’insegna della tradizione culinaria, un giorno all’anno, che sarà mai!

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