Roma di Viarigi: fu vera gloria?

Dai che ti dai, è venuta l’ora di inaugurare anche in questa versione del blog la rubrica dei ristoranti almeno in parte deludenti. E lo faccio, per fortuna, con una delusione solo parziale, che non mi ha levato il sorriso.
Ieri mi sono recato a Golosaria a Vignale Monferrato (Alessandria): preparatevi al resoconto in uno dei prossimi post. Verso l’una e un quarto mi sono trovato tra Quattordio e Vignale col desiderio fisiologico di mettere qualcosa di buono sotto i denti. A un certo punto, ho fatto mente locale: sulla mia strada, che nel frattempo ne ha approfittato per “tagliare” in provincia di Asti, c’è Viarigi (Asti), un paesino monferrino che nella mia testa era famoso per un ristorante, il Roma. Più d’un amico non “addetto ai lavori” mi aveva decantato la carne cruda e, soprattutto, gli agnolotti del Roma, da qualcuno considerati addirittura i migliori del Piemonte. Anche la Guida CriticaGolosa del Piemonte (un libro che consiglio a tutti di acquistare: è forse il più corposo elenco di ristoranti e, soprattutto, di produttori golosi piemontesi) lo segnala, sia pure tra gli “Altri locali”, quelli con la recensione “corta”.
Visto che gli amici consiglieri sono persone tutt’altro che sprovvedute, decido di deviare per il centro di Viarigi. Il ristorante è facilissimo da trovare. Parcheggio la mia Alfa nella piazzetta poco più avanti e mi avvio a piedi all’entrata. Ancor prima di mettere il naso dentro, si sentono voci alte e rumore di forchette: sarà bello pieno, immagino. Entro, chiedo se c’è posto per uno. Incredibilmente c’è un tavolino libero, cui vengo testè condotto. Il locale è semplice: a sinistra entrando c’è il bancone del bar; a destra, una saletta con tavoli coi coprimacchia color verdino; davanti a me, un gran tavolo ove le cuoche depositano i piatti per il servizio, e dove campeggia una selezione di dolci (tra cui un bonet dal bell’aspetto); a destra del tavolo, alcuni grandi frigo a vetri, in cui si intravedono grandi caraffe col coperchio di plastica rossa, già riempite di vino bianco; sulla sinistra, ecco l’ingresso della sala grande: una sorta di veranda di legno a tetto spiovente. I tavoli sono vicini vicini, e quasi tutti pieni di famiglie che mangiano e conversano amabilmente, anche se non certo a bassa voce. Mi accomodo, e il signore apparecchia la tavola, con tre forchette, due coltelli, due bicchieri e il piatto. Mi chiede immediatamente se voglio dell’acqua, e la porta subito. Peccato che, subito dopo, rilanci con la domanda che non si vorrebbe mai sentire (specialmente in Piemonte): «Bianco o Rosso?». Ho visto scaffali con bottiglie, e la giovane coppia al tavolo lì a fianco sta pasteggiando con una Barbera d’Asti. Sulla parete di fronte alla mia, spicca un’indicazione che ricorda il fatto che il vino sfuso servito nel locale è un Riesling “Canneto Oltrepò Pavese” (ma un Cortese monferrino era così fuori luogo?). Mi limito solo ad abbozzare: «Mah, veramente vorrei un po’ vedere che c’è da mangiare». Al che, mi arriva il menu. A quel punto, mi ricordo che la scelta è pressoché guidata in un “Grande menù” da 30 euro, e leggo i piatti. Dico al signore che si può cominciare, e lui mi porge una carta dei vini più o meno “in aggiornamento”. Vedo del Ruché di Castagnole Monferrato di Pierfrancesco Gatto, e chiedo dunque del Ruché, se c’é. Mi arriva un Ruché del produttore Oreste Caviglia di Viarigi: il signore lo stappa col cavatappi a muro, e mi porta la bottiglia buttandomela là sul tavolo e allontanandosi, senza il minimo entusiasmo. Il vino non reca indicazione d’annata: ha un bel colore rosso rubino, profumi abbastanza chiusi in cui si sente solo una nota di grafite (ma va detto che il minuscolo, tondeggiante, aperto bicchiere in dotazione non è precisamente l’ideale per cogliere minuzie olfattive), un sapore stuzzicante, speziato, gradevole.
Aspetto dunque gli antipasti. Arrivano anzitutto salumi anonimi: prosciutto crudo (discreto) e salame crudo (sufficiente, non certo memorabile). Poi, ecco la famosa carne cruda: in effetti è buona, piacevole, ghiotta. Qualche minuto dopo, seguono “scodelline” di pasta ripiene di fonduta, roventi al punto da far capire ben poco del loro reale sapore. Nel frattempo, l’oste, dovendo apportare una correzione a penna sul menu, ne approfitta per utilizzare il mio tavolo come piano d’appoggio, allontanandosi poi con nonchalance, senza uno «Scusi». E vabbè. Il canovaccio ora prevede un’insalata russa, un piatto che in Piemonte è quasi sempre golosissimo, molto ma molto meglio della stessa pietanza che si gusta nelle gastronomie milanesi: peccato che questa del Roma sia solo discreta, ricca nella composizione (come vuole la tradizione locale) ma non troppo incisiva. Non lasciano troppo il segno neppure i peperoni al forno con bagna caoda, che costituiscono la portata conclusiva d’antipasto. Intanto, dal tavolone di servizio vengono smistati i piatti per tutti: si vedono vassoiate d’agnolotti svolazzare per la sala, portati dalle cameriere con la camicetta bianca.
Di primo, la scelta è tra, appunto, i celebri agnolotti (al sugo d’arrosto o al burro e salvia) e le crespelle di magro, senonché a un certo punto quest’ultime vengono sostituite (era quella, la correzione fatta al mio tavolo) da non meglio identificate “tagliatelle”. Opto per gli agnolotti al sugo d’arrosto, e la delusione sarà cocente: ma come fanno ad essere così insipidi? Intendiamoci, non sono certo sgradevoli, ma sembrano quasi ravioli “di magro”, e il sugo d’arrosto non migliora la situazione. Va bene la delicatezza, ma un po’ di grinta, di vita, di speranza, suvvia!
Tuttavia, il pranzo conclude meglio del previsto: come secondo, piuttosto che la faraona o l’arrosto di vitello, scelgo il bollito misto. Ed è davvero buono: nonostante sia un po’ in formato ridotto (manca la gallina, ci sono solo manzo, lingua e testina), la carne è sapida, compatta, ottima. In particolare, la testina (di cui il ristoratore, visto che sembro gradirla molto, mi porge due pezzi) è eccellente, morbida senza essere stucchevole o pesante. In aggiunta, il bagnèt che mi viene portato al tavolo è davvero buono.
Un po’ rinfrancato dalla gradevolezza dell’ultima portata, vado a pagare saltando i dolci. Il conto sarà di 28 euro, acqua e vino compresi: uno scherzo, se rapportato a quel che si spende ormai quasi ovunque a Milano. Ciò non toglie che mi aspettavo di più, e che in zona ci siano trattorie in cui, allo stesso prezzo, il trattamento è migliore. Attenuante finale: sono capitato in una domenica decisamente affollata.

8 Responses to Roma di Viarigi: fu vera gloria?

  1. eMMe scrive:

    approfitto per segnalarti il mio ultimo “peggior locale”, è fresco fresco, di sabato sera.

    per pura sfortuna mi ritrovo nella “taverna del porto”, una bisteccheria che oltre ad essere presente al porto di ostia è anche, ed è in quella che mi sono ritrovato, all’eur, nel piazzale dell’obelisco marconi.

    il posto non ti sarebbe piaciuto: camerieri in una specie di piratesco costume, la sala semibuia nella quale, centrali, fiammeggiano le braci, però fino a qui, siamo diversi, io non avrei avuto nulla da obiettare.

    scelgo sulla carta un chianti rufina, me lo sostituiscono con un’altro a me ignoto del quale il cameriere, un tipo strano ma forse era solo il costume a influenzarmi, canta le lodi. non ricordo, esimio, neanche la cantina: era veramente scarso anche per il mio semplice palato aggravato da tante sigarette. ordino un cestino di salumi per due, era l’antipasto meno avventuroso: mi portano un cestino con dentro solo ed esclusivamente salami, ammassati gli uni sugli altri: ciauscolo, felino, salamini piccanti. quindi mettono davanti a me ed alla persona con cui ero un tagliere e un coltello. comprenderai bene che anche un norcino dopo breve si sarebbe stufato di tagliar fettine, peraltro i salami risentendo del clima non da cantina del locale erano duri e rinsecchiti: non si propone roba così ad uno cresciutto sulla laga.

    successivamente prendiamo due filetti, la persona che è con me lo ordina ben cotto, lo preparano a libretto, cosa che per il ben cotto [scandaloso ma i gusti son gusti] trovo corretta. erano buoni.

    a seguire io prendo un caffè e l’altra persona un sedicente sorbetto al limone: una coppa di brodaglia gusto detersivo con striature all’amarena.

    ora ti chiederai, ma cosa ti aspettavi da un locale di quelli che durano la moda di due stagioni al massimo? non molto di più. non ero certo all’osteria dell’orso.

    o forse sì, visto che ho pagato 108 euro?

    in breve: da evitare e da ricordare con rancore.

  2. Elisa scrive:

    Menomale che non tutti la pensano come te, visto che il ristorante Roma è molto conosciuto e super affollato tutti i giorni della settimana, pranzo e cena.
    Sarai capitato nel giorno sbagliato,in realtà sono tutti molto cortesi. Però diciamola tutta, non si può pretendere da un ristorante in cui paghi 28 euro tutto compreso (calcolando che hai bevuto Ruchè che solo lì puoi bere). Se la prossima volta preferisci un locale chic, con servizio molto più “su” (logicamente è più su anche il prezzo) ti consiglio “Il Monacone”…però credimi: qui mangerai nouvelle cuisine senza sapere bene cosa avrai tra i denti,mentre al Roma il prosciutto e la carne ( a detta tua solo accettabili) sono puramente selezionati (e so quello che dico).

  3. Tommaso Farina scrive:

    Penso che il Roma sia un locale consigliabile, ma che quella domenica avesse l’acqua alla gola per l’affollamento, con fin troppe ripercussioni sulla cucina (che non è stata per nulla cattiva, ma solo deludente) e sul servizio, su cui ha inciso la carenza di personale. Si capiva bene che era un incidente di percorso. Non vado nei locali per il fatto che sono “chic”, anzi in Piemonte amo posti tipo il Roma: ciononostante, sono capitato nella domenica sbagliata, e mi è spiaciuto.

  4. Elisa scrive:

    Allora, se ricapiterai da quelle parti e hai bisogno di consigli sul ristorante (livello Roma, si intende!) posso dartene quante ne vuoi, conosco perfettamente la zona!
    Mi dispiace aver “attaccato” ma sono impulsiva e visto che ritengo il Roma uno tra i migliori ho dovuto difenderlo!

  5. Elisa scrive:

    In ultimo vorrei precisare una cosa: il Ruché è un vitigno unico della zona del Monferrato. Sono solo sette i paesi che possono produrlo, tra cui Castagnole e Viarigi. Ma si chiama sempre “Ruché di Castagnole Monferrato”, anche se l’azienda che lo produce è di un altro paese (tra i sette che hanno il D.O.C.). Quindi berlo di un’azienda di Viarigi o di Castagnole è sempre lo stesso Ruché! Ciao!

  6. Tommaso Farina scrive:

    Difficile capire la tua “precisazione”: nessuno ha mai messo in dubbio qui il disciplinare del Ruché. So perfettamente dove lo producono, e non ho mai avuto intenzione di metterne in discussione la tipicità. Altrimenti detto: non mi sono “offeso” perché mi hanno portato un Ruché di Viarigi anziché di Castagnole, ma perché volevo il Ruché di Gatto segnato in carta, e mi sono visto arrivare quello di Caviglia…

  7. utenteCondiviso scrive:

    Il 16 febbraio 2008 ore 13.30 “Taverna del Porto” al porto di Ostia. Abbiamo pranzato e siamo stati male due giorni. Credo che la carne fosse avariata! e sono tentato di denunciare la cosa ai carabinieri!
    Sto cercando siti e blog che commentino il posto per scongiurare altre persone a metterci piede!!!!

  8. Tommaso Farina scrive:

    Mai stato in vita mia in quel locale, anzi non lo conoscevo proprio. Ma cos’avete mangiato?

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