Uva di Troia: intensità e carattere in Puglia

December 23rd, 2006 | by Tommaso Farina |

Bottaccia - Cantine Torre QuartoLa Puglia, si sa, è quella terra che, in altri tempi (e, qualcuno mormora, sotto sotto anche adesso), forniva vini ben colorati e strutturati con cui “arricchire” le produzioni nordiche, non sempre gagliarde. Con gli anni, aumentato l’amore del mercato per i vini pieni e corposi, i pugliesi si sono resi conto che potevano sfidare la scena con prodotti che queste caratteristiche già possedevano. E spesso ancora oggi si possono cogliere delle autentiche sorprese. Parlo certamente dei rosati, tipologia vocatissima, per tradizione, nel Tacco d’Italia: ma non dimentico certi rossi, non solo a base del “solito” primitivo.
L’ultimo assaggio (recentissimo, di due giorni fa) è stato il Bottaccia, un rosso delle Cantine Torre Quarto di Cerignola (Foggia). Un comprensorio da sempre vocato ai grandi rossi: Gino Veronelli, in un suo vecchio libro anni ‘70 (non ricordo se fosse Bere giusto oppure Il vino giusto: sicuramente però uno dei due libri - vai a ricordarti quale - era la versione estesa dell’altro), raccomandava d’abbinare il caciocavallo stagionato al Rosso di Cerignola. Questa DOC, a dire il vero, è ormai praticamente abbandonata: i produttori della zona preferiscono altre denominazioni, oppure la più generica IGT Puglia. Proprio questo fa Torre Quarto con le sue bottiglie: il Bottaccio, da uva nero di troia (o uva di Troia) in purezza, segue la IGT. E fa discretamente il suo dovere. Ho assaggiato il 2003 in un ristorante, come dicevo, alcuni giorni fa: presentava un colore granato molto scuro, che però evidenziava un’unghia tipicamente aranciata. Profumi inizialmente chiusi, poi, dopo breve sosta in calice ampio, via via più espansivi, lasciandosi dietro tracce legnose comunque non eccessive (l’affinamento è in tonneau per 8 mesi), ed evidenziando fragranze dolci di frutta rossa anche molto matura. Al sorso, ecco tutto il calore di questi vini: un tannino ben presente, né levigato né sgarbato; un generale calore alcoolico; un senso di velluto in bocca. Un vino che va benissimo sui formaggi stagionati, magari proprio su un caciocavallo podolico o un ragusano ben stagionati.
E il prezzo è tutt’altro che “svenevole”: al ristorante l’abbiamo pagato 15 euro. Si badi bene, in un ristorante lombardo, un ristorante di una terra che sui ricarichi vinicoli quasi mai ci va giù leggera.
Certo, oggi è in commercio il Bottaccio 2004, ma a parer mio ha fatto bene il sommelier a tener in carta il 2003, che ha forse raggiunto un maggior equilibrio.

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Un commento a “Uva di Troia: intensità e carattere in Puglia”

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  1. Di Gigio il Dec 23, 2006

    Il problema della Puglia non é certo la mancanza di una materia prima autoctona all’altezza, sia che si parli di cibo che di vini..il problema é che tanta grazia fa fatica a tradursi in una buona cucina a livello di ristorazione…quest’estate in 20 giorni passati nel Gargano, terra di oli, di maiale nero, di formaggi e razza podolica, di Montepulciano e Trebbiano abruzzesi, non ho fatto nessuna mangiata degna di nota (l’unica decente che ricordi a Vieste é all’Enoteca Pastorella, con pesce freschissimo…e ho preso colossali fregature anche in ristoranti consigliati dalle guide…non é possibile che in un paese da favola come Monte Sant’Angelo, che per raggiungerlo devi attraversare una foresta che non ha eguali in Europa, con vacche podoliche e maiali cresciuti in totale libertá, il ristorante piú blasonato della zona, la taverna dei jalantumene, si riveli una presa in giro…

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